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L’Arte di Max Ernst in mostra a Palazzo Reale di Milano

Uno dei più grandi artisti del XX secolo è il protagonista della nuova grande mostra di Palazzo Reale di Milano.

Nelle sale del piano nobile del palazzo di Piazza Duomo, dal 4 ottobre 2022 al 26 febbraio 2023, possiamo visitare la prima retrospettiva italiana dedicata a Max Ernst, artista tedesco naturalizzato francese e statunitense che, al pari di Picasso, attraversò differenti stili, avanguardie e tendenze per realizzare un linguaggio artistico personale, intriso di sogno ma anche di riferimenti ai grandi del passato e di impegno civile. Curata da Martina Mazzotta e Jurgen Pech e prodotta da Comune di Milano in collaborazione con Electa, la mostra ospita circa quattrocento opere, tra dipinti, disegni, incisioni e sculture, che raccontano, su due binari paralleli, l’uno biografico, l’altro stilistico, la carriera di uno dei geni dell’Arte del XX secolo.

Max Ernst, Oedipus Rex, 1922, Svizzera, Collezione PrivataMax Ernst nacque nel 1891 a Brühl, presso Colonia. Le prime nozioni di Pittura gli vennero insegnate dal padre Philipp, insegnante per sordomuti, mentre le sue prime esposizioni, a Berlino, le tenne insieme al pittore espressionista August Macke. Partecipò, in prima persona, alla Grande Guerra, vicenda che lo segnò dal punto di vista psicologico ma anche artistico, in quanto fu la molla scatenante per la nascita del suo stile a cavallo tra varie avanguardie. Tornato dall’esperienza bellica, visse come una catarsi il matrimonio con Louise Strauss, avvenuto nel 1918 e la nascita del figlio Jimmy, nel 1920. In quegli anni, Max iniziò a lavorare a tecniche diverse dalla Pittura, come il collage, e, nel 1921, tenne la sua prima personale a Parigi, dove conobbe Paul Eluard e la moglie Gala, ovvero coloro che lo avrebbero introdotto nell’ambiente surrealista. Negli anni successivi si stabilì nella capitale francese, a casa di Paul e Gala, a Eaubonne, dove visse un periodo intensamente felice, lavorando sia a opere artistiche che letterarie. A metà degli anni ’20, si risposò e scoprì la tecnica del frottage, grazie alla quale, insieme al collage, poté dare vita ai suoi primi due romanzi artistico-letterari di taglio surrealista, un curioso e rivoluzionario misto di testo e immagine figlio, anche, della lezione dadaista di Tzara. Con gli anni ’30, iniziò a esporre anche negli Stati Uniti, facendosi conoscere anche oltreoceano, e, qui, sempre più frequentemente, lavorò per sfuggire al regime nazista, che considerava degenerata la sua opera. Furono anni intensi anche dal punto di vista sentimentale, per Max, che, a cavallo tra anni ’30 e ’40, frequentò, innamorandosene, artiste come Leonora Carrington e collezioniste come Peggy Guggenheim, sposata nel 1941. Si risposò, poi, nel 1946, con Dorotea Tanning, con cui visse nel deserto dell’Arizona. Divenuto cittadino americano nel 1948, scoprì nuove tecniche e continuò le molteplici sperimentazioni che caratterizzarono la sua vicenda artistica. Nel 1953, la coppia tornò in Europa definitivamente, stabilendosi a Parigi e, nel 1958, divenne cittadino francese. In questi anni, la carriera di Max fu costellata di premi e mostre, personali e collettive, ma anche di nuove opere, sempre frutto delle sue mille sfaccettature. L’artista continuò incessantemente a lavorare fino alla morte, avvenuta nel 1976 a Parigi.

Senza tali premesse biografiche risulta difficile capire l’opera di Max Ernst, artista la cui definizione stilistica risulta difficile, in quanto è sia espressionista, che dadaista, che surrealista, ma anche un po’ cubista e, specie dagli anni ’50, informale. Un genio poliedrico, come se ne trovano pochi nella Storia dell’Arte. E non è un caso che, per tutta la sua vita, si sia confrontato, tenendolo come punto di riferimento, con l’opera del più grande genio artistico e scientifico mai visto, ovvero Leonardo da Vinci. La mostra si articola in sezioni tematiche e biografiche volte a farci capire quanto Max sia stato un genio al pari di Leonardo, di Michelangelo e di Picasso.

La prima parte riguarda opere degli anni ’10 in cui l’autodidatta Max lavorò, a cavallo tra impressionismo, espressionismo, cubismo e orfismo, a una ricerca di uno stile personale, mediato anche dalla lezione di De Chirico, conosciuto a Monaco tramite la rivista Valori Plastici nel 1919 e il cui stile segna opere come Giustizia/Macelleria, di quello stesso anno, in cui due figure, simili ai manichini metafisici, si stagliano, statuarie, su uno sfondo identico alle quinte teatrali del pittore di Volos. Con gli anni ’20, invece, Max iniziò a lavorare a tecniche non convenzionali, come il collage tanto amato e apprezzato dei suoi contemporanei dada, ma anche l’utilizzo di matrici di stampe preesistenti oppure ridipingendo illustrazioni di libri scolastici ritagliate. Per i collage utilizzò, spesso, riviste popolari di fine ‘800 oppure pubblicazioni della Grande Guerra, con significato antibellico, come provato da opere come Terra dello Zambesi, del 1921, ingrandimento fotografico di un fotomontaggio applicato su cartone. Non mancano anche disegni che rimandano alla sua produzione precedente, come il ritratto dell’amico André Breton, realizzato con veloci tratti di matita proprio negli anni in cui Max illustrò, a collage, molte poesie sue e di Paul Eluard.

Segue una sezione dedicata al lavoro che Max realizzò per la casa di Eluard a Eaubonne. A piano terra dipinse pitture murali con figure a grandezza naturale, mentre, per la cameretta della figlia del poeta, al piano superiore, realizzò un fregio che offre molteplici variazioni di soluzioni tematiche differenti, accomunate da riferimenti femminili e acquatici caratteristici del primo immaginario surrealista. In mostra sono esposti alcuni pannelli della decorazione, del 1923, posti alla stessa altezza della collocazione originaria, in cui possiamo anche cogliere vari riferimenti al Romanticismo tedesco, insieme ad altri di chiara impostazione onirica, tipicamente surrealista. Max Ernst, inoltre, utilizzò la forza dell’Amore come elemento propulsore della sua esperienza creativa, come provato da Gli uomini non ne sapranno nulla (1923), curiosa opera in cui i molteplici riferimenti all’eros fisico e sentimentale si mescolano a tratti alchemici, onirici e misterici, tipici del primo Surrealismo, e anche a memorie dell’opera di Hyeronimus Bosch. L’Amore, per Max, è strumento di conoscenza, ma anche di sensualità unita a una dimensione mitica e primitiva, come prova Il bacio (1927), opera omaggio a una tela di Leonardo da Vinci in cui all’agnellino dell’originale, Ernst sostituì un uccellino, allusione alla simbologia freudiana del nibbio, tanto cara al Surrealismo che vedeva, nella sfera sessuale e nell’Amore, la forza primigenia del Cosmo.  

Anche la Natura è grande protagonista di opere realizzate a partire dagli anni ’20, spesso ottenute grazie alla nuova tecnica del frottage: sfregando la matita su un foglio premuto al di sopra di assi di legno, si poterono ottenere straordinari effetti, simili alle impronte di antichi fossili, come emerge dal grandioso progetto chiamato Storia Naturale. In questi anni, Max si interessò anche all’alchimia e all’ermetismo, riprendendo elementi della Filosofia antica, da lui studiata a Bonn durante l’università: nella sua Arte, i quattro elementi sono la pura essenza del creato e danno vita a opere come Un tessuto di menzogne (1921). In quest’ultima, la nostra percezione si muove in un canyon delimitato dai due poli opposti della realtà concreta e dell’immaginazione onirica, che si annullano nella perfetta compenetrazione di elementi tangibili, come le arance e le figure tracciate attraverso sottili linee di pennello, e altri immaginifici, come le macchie di colore estremamente allusive. A partire dalla fine degli anni ’20, la Natura che Ernst concepiva iniziò a essere una giungla primordiale, ritratta con colori crepuscolari o molto tenui che alludevano all’atmosfera onirica che il Surrealismo vedeva come punto di partenza per un’esperienza di pensiero verso universi fuori dai soliti confini della realtà, riprendendo le teorie della psicanalisi viennese di inizio secolo. Di questa dimensione è parte anche il paesaggio, che diviene riflesso dello stato d’animo, proprio come nel Romanticismo tedesco. E furono anche gli anni in cui l’artista iniziò a considerare, anche in virtù di queste premesse, Leonardo da Vinci come punto di riferimento creativo: prova ne sono opere come Agli antipodi del paesaggio (1936), in cui la luce del crepuscolo illumina un panorama di montagne di chiara ascendenza leonardesca.

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937, Svizzera, Collezione PrivataDagli anni ’30, l’Arte di Max Ernst iniziò a essere un invito a vedere e guardare forme nuove e tecniche rivoluzionarie in grado di sovvertire quel magma creativo concepito fino ad allora: grazie al lavoro del collage, del frottage e della compenetrazione libera verso-immagine, Ernst arrivò a rappresentare tangibilmente l’inconscio. E, con gli anni ’50, l’artista intraprese anche lavori scultorei e di oreficeria, oltre a realizzare da sé tutti i cataloghi delle sue mostre, divenendo poliedrico non solo dal punto di vista delle fonti utilizzate, ma anche delle tecniche cui attinse, come prova Festa a Seillans (1967), celebrazione folklorica di una danza popolare ricca di elementi e di movimento che, nel tratto, sembra ricordare la Pittura di Gauguin. Negli anni ’30, Max lavorò anche a soggetti legati alla sua preoccupazione per l’ascesa del nazismo in Germania e per la futura Seconda Guerra Mondiale: elemento base di questo periodo della sua produzione è la Memoria, strumento essenziale per non cadere nell’oblio e per non ripetere gli errori del passato, come provato dalla stupenda L’angelo del focolare (1937), le cui forme stravolte e sinuose, mediate dalla drammaticità del Rinascimento tedesco di Grunewald e Schongauer, sono un’allusione all’angoscia dell’uomo Ernst di fronte al dramma del nazismo in Germania e al presagio di una nuova tragedia mondiale, vent’anni dopo quella da lui vissuta in prima persona, da soldato. La stessa preoccupazione, legata anche alla sua esperienza nei campi di prigionia in quanto straniero ostile in Francia, caratterizza un’opera come L’anno 1939, che, nella tecnica dell’oscillazione, ispirò il dripping di Jackson Pollock. In questa sezione compaiono anche omaggi ai grandi della Storia dell’Arte, dalla Pietà, del 1923, versione contemporanea dell’analogo soggetto di Michelangelo mediata dalla lezione metafisica di De Chirico, alla grandiosa Sogno e rivoluzione, del 1945-46, in cui si crea un dialogo onirico tra un misterioso e mostruoso essere e il pittore, identificato come rivoluzionario dal berretto frigio, che, nel gesto di disporre delle lance incrociate, ricorda alcune opere del Rinascimento fiorentino, soprattutto le scene di battaglia di Paolo Uccello.

L’ultima sezione della mostra è dedicata al Cosmo. Nel 1921, Max definì il cielo stellato “una pietra di paragone per una visione acuta” e, proprio a ridosso di queste parole, nelle sue opere, iniziarono a comparire le stelle. Rappresentazioni di questo tipo caratterizzarono tutta la sua carriera artistica, anche se fu Nascita di una galassia, del 1969, il trionfo della rappresentazione astronomica di Max, che mescola i riferimenti al tardogotico di area tedesca a ricordi di quelle che Ceram chiamò “civiltà sepolte”, nella scelta di segni come geroglifici e simboli cuneiformi che aumentano ancor più l’alone di mistero dell’opera di questo artista. Il leitmotiv dei cieli stellati di Ernst è un “Astronomy domine”, per citare il titolo di un famoso pezzo dei Pink Floyd, proprio di quegli anni, che ci trasporta in una dimensione ultraterrena, frutto di sogno e visione, che rappresenta perfettamente quella Rivoluzione copernicana che l’artista concepì sin dagli anni ’20 mettendo insieme tutti i frammenti di quel mosaico che, in questa mostra, viene ricomposto pezzo per pezzo a farci capire e conoscere quanto Max Ernst sia stato, al pari di Picasso, il vero rivoluzionario dell’Arte del XX secolo.

Max Ernst
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì chiuso; martedì-mercoledì-venerdì-domenica 10.00-19.30; giovedì-domenica 10.00-22.30
Biglietti: Intero 15,00 €, ridotto 13,00 €
Info: maxernstmilano.it

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